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Il pianto nel neonato è un fenomeno frequente rappresentando il meccanismo attraverso il quale il bambino comunica ai genitori le sue esigenze

il pianto nel neonato

Il pianto nel neonato

Il pianto nel neonato è un fenomeno frequente rappresentando il meccanismo attraverso il quale il bambino comunica ai genitori le sue esigenze. Non rappresenta quindi necessariamente un segnale di allarme e non è sempre espressione di un grave disagio: semplicemente è il modo di far giungere al mondo esterno una richiesta di attenzione per essere nutrito ed accudito.

Dopo la dimissione dal nido però capita che i genitori si trovino disorientati in quanto ancora non si è instaurata quella conoscenza reciproca che permette a loro di interpretare correttamente la richiesta del bambino, e a lui di modulare i pochi strumenti di cui dispone per interagire con l’ambiente: pianto, ma anche sorriso, atteggiamento del corpo, primi vocalizzi.

Fino all’80-90% dei lattanti presenta nei primi mesi di vita crisi di pianto che possono durare a lungo ed a volte apparire inconsolabili. La prima cosa da tenere presente è che l’intensità del pianto non è necessariamente correlata alla “gravità” del malessere, potendo semplicemente rispecchiare il carattere del bambino, o essere condizionata dal tipo di risposta da parte dei genitori. Ovvero il neonato può imparare rapidamente che se piange forte è più rapidamente soddisfatto e quindi utilizzare questa “strategia” in ogni occasione.

Cosa non fare

Quindi  di fronte al pianto del neonato è importante evitare alcune risposte automatiche tra le quali elenchiamo le più frequenti.         

–   Prenderlo subito in braccio. La gratificazione immediata rafforzerebbe la successiva tendenza a sfruttare questo meccanismo per ogni esigenza, senza tenere conto che il neonato è capace di auto consolazione che si manifesta con la suzione non nutritiva (per esempio con il succhiotto) e con il pianto stesso. E’ quindi preferibile avvicinarsi al bambino parlandogli dolcemente per fargli percepire la propria presenza senza  che avvenga ogni volta un contatto fisico.          

–   Offrirgli subito del latte. Il pianto, come già detto, rappresenta un meccanismo comunicativo generico e non è sempre sinonimo di fame.  L’offerta automatica di cibo può comportare un eccesso di alimentazione, e, paradossalmente, scatenare altre crisi di pianto per l’insorgenza di coliche.      

Quindi, senza ricorrere ad eccessivi schematismi, di fronte al pianto del neonato è importante osservarlo un poprima di intervenire, cercando di cogliere eventuali altri segnali che possono aiutare nella sua interpretazione: per esempio le crisi dolorose spesso si associano ad inarcamento della schiena ed agitazione degli arti e non di rado cessano con l’emissione di aria.

Quando allarmarsi

Il pianto nel neonato è riferibile a cause patologiche in meno del  5% dei casi e generalmente questi si associano ad altri disturbi evidenti quali vomito, diarrea, febbre, rifiuto della alimentazione.

A volte, in caso di allattamento al seno, la causa del pianto può essere individuata in una scarsa assunzione di latte per ridotta produzione materna: questa purtroppo non sempre è evidente potendosi presentare anche quando il seno appare “teso”. Anche in questo caso avremo generalmente un segno clinico accessorio dato dalla scarsa crescita ponderale. 

In ogni caso, anche quando non sono presenti altri segni di allarme, ogni qualvolta il pianto del neonato dura più di 3 ore e non appare  consolabile con le usuali manovre è opportuno contattare il proprio pediatra per consigli mirati e/o visita, tenendo presente che l’età neonatale è particolarmente fragile per la tendenza ad una evoluzione rapida delle patologie.

Pediatra Endocrinologa Roma Eur

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